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Fattori contestuali e placebo in fisioterapia: come trasformare l’ambiente terapeutico in uno strumento di guarigione

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FATTORI CONTESTUALI E PLACEBO IN FISIOTERAPIA: COME TRASFORMARE L'AMBIENTE TERAPEUTICO IN UNO STRUMENTO DI GUARIGIONE

Molti fisioterapisti sanno che l’esito di una terapia va ben oltre la tecnica specifica utilizzata.
Questi elementi “extra-tecnici” sono noti come fattori contestuali (FCs), e sono responsabili dell’attivazione di effetti psicobiologici come il placebo (positivo) e il nocebo (negativo) (Testa M., 2016; Rossettini G., 2018).

Riconoscere e gestire consapevolmente i fattori contestuali permette di potenziare l’efficacia del trattamento e migliorare la qualità dell’assistenza fisioterapica (Testa M., 2016; Rossettini G., 2020).

Cosa sono i fattori contestuali in fisioterapia?

I fattori contestuali comprendono l’insieme di elementi fisici, psicologici e sociali che caratterizzano ogni incontro terapeutico (Di Blasi Z., 2001; Rossettini G., 2020).
Non si tratta di dettagli marginali: influenzano in modo diretto la percezione del paziente, la sua fiducia e l’esito clinico (Rossettini G., 2018).

Classificazione dei Fattori Contestuali

I fattori contestuali possono essere suddivisi in tre grandi categorie:

  1. Fattori interni: aspettative, memoria, emozioni e storia clinica del paziente (Rossettini G., 2018; Testa M., 2016).

  2. Fattori esterni: caratteristiche del trattamento e del contesto fisico (es. modalità manuale o farmacologica, ambientazione, setting sanitario) (Rossettini G., 2018; Testa M., 2016).

  3. Fattori relazionali: comunicazione, linguaggio del corpo e suggestioni implicite nella relazione terapeutica (Rossettini G., 2018; Testa M., 2016).

In fisioterapia, vengono ulteriormente organizzati in cinque aree: caratteristiche del fisioterapista, del paziente, della relazione, del trattamento e dell’ambiente sanitario (Rossettini G., 2018; Testa M., 2016).

Placebo e nocebo in fisioterapia: effetti psiconeurobiologici

I fattori contestuali attivano risposte psiconeurobiologiche complesse (Rossettini G. et al., 2018).
Un contesto positivo innesca l’effetto placebo, che modula il dolore e migliora funzioni cognitive e percettive (Rossettini G., 2020).
Al contrario, un contesto negativo può innescare l’effetto nocebo, peggiorando i sintomi (Rossettini G. et al., 2018).

Come agiscono placebo e nocebo?

Due sono i principali meccanismi psicologici:

  • Aspettative: anticipazione consapevole di un risultato positivo o negativo.

  • Condizionamento classico: associazione tra uno stimolo neutro (ad es. un rituale terapeutico) e una risposta fisiologica (Rossettini G. et al., 2018; Chavarria V. et al., 2017).

A livello neurobiologico, l’effetto placebo coinvolge i sistemi oppioide, endocannabinoide e dopaminergico, e aree cerebrali come la DLPFC e la PAG (Rossettini G. et al., 2018; Testa M., Rossettini G., 2016).
Il nocebo, invece, è legato all’attivazione della colecistochinina (CCK) (Benedetti F. et al., 2014; Rossettini G. et al., 2018).

💡 In alcune condizioni muscoloscheletriche, i fattori contestuali possono spiegare fino al 66–81% della variazione totale del dolore (Rossettini G. et al., 2018).

Come gestire consapevolmente i fattori contestuali

Poiché l’esito di una terapia è dato dalla somma tra effetto specifico e effetto contestuale (Testa M., Rossettini G., 2016), il fisioterapista deve imparare a usare eticamente i fattori contestuali per aumentare l’efficacia del trattamento ed evitare l’effetto nocebo (Rossettini G. et al., 2018).

1. Potenziare la relazione terapeutica

La relazione terapeutica è uno dei predittori più forti di miglioramento funzionale e riduzione della disabilità (Bishop F. et al., 2021; Fuentes J. et al., 2014).

La maggior parte dei fisioterapisti italiani la considera il principale fattore contestuale (Bisconti M. et al., 2021).

  • Alleanza terapeutica: basata su fiducia, obiettivi condivisi e collaborazione (Bishop F. et al., 2021; Testa M., Rossettini G., 2016).
  • Comunicazione empatica: tono caldo, ascolto attivo e linguaggio positivo. Il tocco terapeutico può avere effetti analgesici documentati (Testa M., Rossettini G., 2016; Rossettini G. et al., 2018).
  • Prevenzione del nocebo: evitare linguaggi ansiogeni o tecnici, bilanciare rischi e benefici e presentare informazioni in termini probabilistici (Rossettini G. et al., 2018; Chavarria V. et al., 2017).

2. Creare un ambiente terapeutico positivo

Le aspettative del paziente influenzano profondamente l’esperienza di dolore (Testa M., Rossettini G., 2016).
Il fisioterapista può intervenire attraverso il contesto, il rituale e la comunicazione.

  • Rituale terapeutico (overt therapy): eseguire la terapia in modo esplicito e consapevole è più efficace rispetto alla somministrazione “nascosta” (Testa M., Rossettini G., 2016; Rossettini G. et al., 2018).

  • Diagnosi chiara e coinvolgimento attivo: spiegazioni dettagliate e partecipazione del paziente nelle decisioni migliorano la fiducia e l’esito (Testa M., Rossettini G., 2016; Chavarria V. et al., 2017).

  • Setting terapeutico: ambiente accogliente, illuminazione naturale, silenzio, puntualità e tempi adeguati di seduta migliorano la soddisfazione e l’efficacia del trattamento (Testa M., Rossettini G., 2016; Bisconti M. et al., 2021; Bishop F. et al., 2021).

3. Integrare i fattori contestuali nell’esercizio terapeutico

L’esercizio terapeutico è uno dei campi più influenzati dai fattori contestuali (Testa M., Rossettini G., 2016).
Applicarli consapevolmente può amplificare l’efficacia e migliorare l’aderenza (Rossettini G. et al., 2020).

  • Suggerimenti verbali: frasi positive come “questo esercizio aiuterà a ridurre i sintomi” migliorano forza e analgesia, mentre espressioni ambigue possono ridurle (Rossettini G. et al., 2020).

  • Aspettative di efficacia: è importante rafforzare la fiducia del paziente nella propria capacità di eseguire l’esercizio e ottenere risultati (Mallows A.J. et al., 2017).

  • Feedback e osservazione: tecniche come la visualizzazione o l’apprendimento per osservazione (vedere altri muoversi con successo) riducono dolore e disabilità (Testa M., Rossettini G., 2016; Wand B.M. et al., 2012; Diers M. et al., 2013; Bellelli G. et al., 2010; Park S.D. et al., 2014).

Conclusioni: l'arte di gestire i fattori contestuali

Integrare i fattori contestuali nel ragionamento clinico significa unire scienza e arte nella pratica fisioterapica (Rossettini G. et al., 2018).
Il successo terapeutico dipende non solo dall’evidenza scientifica della tecnica, ma anche dalla capacità del fisioterapista di creare un contesto di cura positivo, basato su empatia, fiducia e comunicazione efficace (Testa M., Rossettini G., 2016).

Gestire in modo etico e consapevole i fattori contestuali è la chiave per massimizzare l’effetto placebo, prevenire il nocebo e migliorare l’esperienza di cura del paziente (Testa M., Rossettini G., 2016; Rossettini G. et al., 2018).

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Da fisioterapisti per fisioterapisti: uno strumento ideato per migliorare la quotidianità della pratica clinica!

  1. Arensman RM, Pisters MF, Kloek CJJ, Veenhof C, Ostelo RJWG. (2024) Exploring the association between adherence to home-based exercise recommendations and recovery of nonspecific low back pain: a prospective cohort study. BMC Musculoskeletal Disorders. 2024;25(1):614.

  2. Frost R, Levati S, McClurg D, Brady M, Williams B. (2017) What adherence measures should be used in trials of home-based rehabilitation interventions? A systematic review. Archives of Physical Medicine and Rehabilitation. 2017;98(6):1241–1256.e45.

  3. Himler P, Choi K, Nelsen B, Moon HJ, Lee K, Cook CE. (2023) Understanding barriers to home exercise program adherence for patients with musculoskeletal conditions: a scoping review. Musculoskeletal Science and Practice. 2023;64:102728.

  4. Kenny M, Ranabahu T, Vallance P, Malliaras P. (2023) Exercise adherence in trials of therapeutic exercise interventions for common musculoskeletal conditions: A scoping review. Musculoskeletal Science and Practice. 2023;65:102748.

  5. Lang S, McLelland C, MacDonald D, Hamilton D. (2022) Do digital interventions increase adherence to home exercise rehabilitation? A systematic review of randomised controlled trials. Archives of Physiotherapy. 2022;12:24.

  6. Ley C, Ziemann E, Piwek L, Meinlschmidt G. (2024) Overview of systematic reviews on interventions to improve adherence in physiotherapy: a meta-review. Systematic Reviews. 2024;13:38.

Daniele Sacchi

Fisioterapista OMPT , Co-founder CORPORE

Oltre 30 aggiornamenti in un anno: ecco come Corpore cresce grazie ai fisioterapisti

Ciao collega,

Oggi vogliamo fare qualcosa di diverso dal solito. Non parliamo di una tecnica, di un esercizio o di un caso clinico.
Vogliamo parlarti di noi, di Corpore, e soprattutto del motivo per cui – giorno dopo giorno – continuiamo a migliorare.

Fin dal primo giorno, il nostro obiettivo è stato chiaro:
offrire uno strumento utile, semplice e pensato davvero per i fisioterapisti.

Per farlo, non bastano belle idee o codice ben scritto: serve ascolto. Serve comunità. Serve confronto reale con chi lavora ogni giorno con i pazienti.

Ogni miglioria è nata da una domanda, un dubbio o un feedback ricevuto. Ed è così che ci piace lavorare: non per i fisioterapisti, ma con i fisioterapisti.

📈 In poco più di un anno abbiamo rilasciato oltre 30 aggiornamenti, migliorando significativamente l’esperienza utente e aggiungendo nuove funzionalità.

Ogni rilascio ha reso l’app più veloce, più semplice, più utile per chi lavora ogni giorno con i pazienti.

📌 Qui sotto trovi l’elenco completo dei miglioramenti che abbiamo già realizzato.

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1. Creazione veloce dei pazienti direttamente dall’editor della scheda
2. Creazione di pazienti offline, senza email
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5. Aggiunta di campi di personalizzazione della scheda paziente

📝 Schede di esercizi
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🔍 Libreria esercizi
11. Ricerca intelligente tramite barra di ricerca
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Riccardo Tarda

Fisioterapista OMPT , Co-founder CORPORE

Sollevare con la schiena flessa? Evidenze, miti da sfatare e il ruolo chiave del fisioterapista

SOLLEVAMENTO E DOLORE LOMBARE CRONICO: UN NUOVO SGUARDO AL CONTROLLO MUSCOLARE E ALLA CINEMATICA

Il dolore lombare cronico (C-LBP) rappresenta una delle principali cause di disabilità al mondo, con una prevalenza che raggiunge il 23% nella popolazione generale e un’incidenza che continua ad aumentare. Per decenni, le raccomandazioni cliniche sul sollevamento si sono concentrate su posture “corrette”, in particolare promuovendo la lordosi lombare durante il sollevamento. Tuttavia, la letteratura scientifica recente ha iniziato a smontare questi dogmi, evidenziando la necessità di un approccio più individualizzato e fondato sul controllo neuromuscolare.

Il dibattito sulla postura "corretta": è davvero così importante la lordosi?

Per anni, la postura lordotica è stata indicata come la forma più “sicura” di sollevamento. Tuttavia, una revisione critica della letteratura mostra come questa affermazione manchi di solide basi scientifiche. Infatti,ad oggi sappiamo che:

  • Non esistono evidenze cliniche in vivo che colleghino direttamente la flessione lombare durante il sollevamento a un aumentato rischio di CLBP.
  • Gli interventi educativi che promuovono il sollevamento con schiena dritta non hanno ridotto l’incidenza di dolore lombare.
  • Persone con e senza CLBP manifestano paura nel sollevare con la schiena flessa, suggerendo un condizionamento culturale più che un rischio reale.

Uno studio fondamentale (Mawston et al., 2021) ha dimostrato che la postura completamente flessa della colonna lombare è associata a maggiore momento estensore e migliore efficienza neuromuscolare (NME) rispetto a posture estese o intermedie: quindi sollevare un peso piegando la schiena permette di esprimere più forza facendo meno fatica. Perché allora dovremmo avere paura di sfruttare quella che è la tecnica oggettivamente più efficiente?

Il controllo della forza degli estensori lombari: molto più della semplice forza

Ma è solo una questione di quanta forza riescono ad esprimere i muscoli della colonna? Ovviamente no, non c’entra solo la forza massima, ma anche del suo controllo. Il controllo della forza è definito come la capacità di regolare l’output muscolare in modo preciso e fluido.

Secondo Pranata et al. (2017):

  • I pazienti con C-LBP mostravano un errore medio nel force-matching superiore (fino al 45% in più) rispetto ai controlli  sani (P<0.01). In pratica, sbagliavano a “dosare la forza”, in eccesso o difetto, rispetto a quella realmente necessaria per svolgere un determinato compito.
  • Il deficit era più marcato nella fase di ramp-up (la parte del movimento in cui è richiesta un’attivazione progressiva della forza).
  • La forza massima (MVIC) non differiva però tra i gruppi, sottolineando che la qualità del controllo motorio è più rilevante della forza massima.
  • L’errore nel controllo era correlato al grado di disabilità percepita (p < 0.01).

Quali possono essere delle possibili spiegazioni? Una potrebbe riguardare l’aumentata rigidità muscolare del tronco dovuta a co-contrazione difensiva della muscolatura della regione addominale durante il movimento, come suggerito da Hodges & Tucker (2011). Per questo, lavorare sul rilassamento delle strutture durante il sollevamento e sulla fluidità e leggerezza del movimento può, in alcuni casi, portare a un miglioramento clinico.

Di riflesso, anche la dinamica di movimento delle ginocchia si modifica nei pazienti con dolore alla schiena: lo studio più recente di Pranata et al. (2023), valutato il movimento dei pazienti con C-LBP durante compiti di sollevamento, ha rilevato che:

  • Un controllo alterato della forza degli estensori lombari era associato a maggiore velocità angolare del ginocchio nei piani sagittale e coronale.
  • L’errore nella fase di ramp-up spiegava oltre il 40% della variabilità nella velocità del ginocchio.

In sintesi, chi ha dolore cronico lombare tende a presentare peggior controllo della forza degli erettori spinali e maggior lavoro a livello delle ginocchia, con un movimento meno efficiente e più dispendioso a livello energetico. Tutti elementi su cui un buon fisioterapista può lavorare, no?

Tecniche di sollevamento e risultati clinici: l’individualizzazione è la chiave

Uno studio recente di Au et al. (2025) ha esaminato 5 individui con C-LBP associato al sollevamento, sottoposti a CFT e sollevamenti ripetuti. I risultati hanno evidenziato:

  • Nel 87% delle misurazioni a un miglioramento clinico è stato associata una transizione da una tecnica simil squat (con schiena più estesa) verso semi-squat o stoop (con schiena più flessa).
  • Queste tecniche erano caratterizzate da:
    • Maggiore velocità e ROM del tronco.
    • Minore ROM e velocità delle ginocchia.
  • L’efficacia clinica era indipendente dalla postura lombare utilizzata, ma correlata alla capacità di muoversi con naturalezza e controllo.

Sicuramente, questo studio ci lascia degli ottimi spunti: quando un paziente sta meglio tende spontaneamente a muoversi nel modo più efficiente, “perdendo” i comportamenti protettivi che lo portavano verso un movimenti simil-squat.

IL RUOLO DEL FISIOTERAPISTA: GUIDA, FACILITATORE E PROMOTORE DELL’AUTOEFFICACIA

Superare le prescrizioni standard, sfruttando il clinical reasoning

È necessario abbandonare frasi come “schiena dritta!” o “attiva il core!” se non contestualizzate: 

  • Non esiste una tecnica universalmente corretta.
  • Le posture flesse non sono dannose di per sé.
  • Il dolore non è sempre segno di danno tissutale.

Non demonizziamo la tecnica di sollevamento con la schiena in lordosi: hanno una loro utilità, stimolano i tessuti in modi differenti e con target differenti: ad esempio, uno stacco da terra con il mantenimento della lordosi crea un’attivazione più intensa e prolungata degli erettori e una maggiore tensione a livello della catena posteriore dell’arto inferiore. Questi elementi sono importanti per il mio esercizio? Allora ben venga utilizzare un sollevamento a schiena estesa!

Educazione e progressione: due pilastri dell’intervento

Si parla sempre di come l’educazione sia uno degli strumenti più importanti nelle mani di un fisioterapista. Quando parliamo di dolore cronico lombare e sollevamento dei carichi, sicuramente è importante che il paziente venga educato a:

  • Comprendere la tolleranza al carico. La schiena è più forte di quello che sembra, si può e si deve far lavorare, ma allo stesso ci vuole la giusta consapevolezza di quanto caricare, come si può allenare e migliorare con gradualità la tolleranza agli stress dei tessuti.
  • Riconoscere il significato adattativo del dolore. Avere dolore è un’esperienza comune, non strana né rara. Capire però quando il dolore ha una funzione protettiva e quando, invece, sta ostacolando il recupero in modo maladattivo permette al paziente di capire come comportarsi nei movimenti quotidiani. Nel concreto? Niente descrizioni complicate, ma consigli pratici personalizzati in base alla valutazione fatta al paziente . Dire “non preoccuparti del dolore, concentrati sul fare il movimento anche se senti male” o “prova a muoverti più che puoi, ma fermati quando senti dolore” è ugualmente corretto quando contestualizzato sul paziente giusto!
  • Promuovere l’adattabilità dei tessuti e l’autoefficacia attraverso l’esposizione graduale. Che l’esercizio terapeutico è importante non serve ribadirlo, giusto?

Implicazioni cliniche: costruire capacità, non evitare movimenti

Washmuth et al. (2022) propongono un modello basato su un continuo di concetti: calmare il tessuto → costruire il tessuto → migliorare la capacità di lavoro.
Niente di nuovo sotto il sole, ma alle volte è importante ribadirlo: gestire i sintomi, migliorare le capacità di carico, creare nuove possibilità e capacità di movimento. Il tutto concentrandosi su diverse dimensioni:

  • Cognitiva: la paura del movimento o le errate convizioni sono sicuramente un freno importante al recupero (Vlaeyen et al., 2001).
  • Biomeccanica: sfruttiamo esercizi diversi per massimizzare l’effetto desiderato. Ad esempio uno squat per il rinforzo dei quadricipiti o una tecnica stoop per ischiocrurali e estensori lombari (van der Have et al., 2019).
  • Tolleranza fisica: il dosaggio dell’attività è importante tanto quanto la tecnica in sé, alle volte anche di più (Mueller & Maluf, 2002).
  • Dolore: l’esposizione graduale può ridurre la sensibilità e migliorare la funzione (Vlaeyen et al., 2001). Giochiamo sulla variabilità del movimento per stimolare a intensità sempre crescenti!

Conclusioni

La gestione del CLBP non può più basarsi su regole rigide. È tempo di:

  • Valutare la funzione neuromuscolare, le capacità di movimento e le credenze e aspettative del paziente.
  • Proporre interventi graduali e personalizzati basati sul quadro clinico e sugli obiettivi funzionali, per lavorare sulla variabilità di movimento, la capacità di carico (meccanico e psicologico) e i comportamenti maladattivi.
  • Utilizzare la conoscenza scientifica per superare i dogmi e restituire ai pazienti libertà di movimento e fiducia nel proprio corpo.

Non è questo che dovrebbe fare normalmente un fisioterapista?

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  1. Au, I. P. H., Saraceni, N., Smith, A., O’Sullivan, P., Ng, L., & Campbell, A. (2025). Is lifting technique related to pain and functional limitation? A replicated single-case design study of five people with lifting-related chronic low back pain. European Journal of Pain, 6, Article 70071. https://doi.org/10.1002/ejp.70071

  2. Mawston, G., Holder, L., O’Sullivan, P., & Boocock, M. (2021). Flexed lumbar spine postures are associated with greater strength and efficiency than lordotic postures during a maximal lift in pain-free individuals. Gait & Posture, 86, 245–250. https://doi.org/10.1016/j.gaitpost.2021.02.029

  3. Pranata, A., Farragher, J., Perraton, L., El-Ansary, D., Clark, R., Meyer, D., Han, J., Mentiplay, B., & Bryant, A. L. (2023). Impaired lumbar extensor force control is associated with increased lifting knee velocity in people with chronic low-back pain. Sensors, 23(21), 8855. https://doi.org/10.3390/s23218855

  4. Pranata, A., Perraton, L., El-Ansary, D., Clark, R., Fortin, K., Dettmann, T., & Bryant, A. (2017). Lumbar extensor muscle force control is associated with disability in people with chronic low back pain. Clinical Biomechanics, 46, 46–51. https://doi.org/10.1016/j.clinbiomech.2017.05.004

  5. Short, S., Short, G., Lehman, G., Friesen, J., & Johnson, B. (2025). A critical review of trunk and hip exercise prescription: Applying evidence for a modern approach. International Journal of Sports Physical Therapy, 20(3), 129972. https://doi.org/10.26603/001c.129972

  6. Washmuth, N. B., McAfee, A. D., & Bickel, C. S. (2022). Lifting techniques: Why are we not using evidence to optimize movement? International Journal of Sports Physical Therapy, 17(1), 30023. https://doi.org/10.26603/001c.30023

Daniele Sacchi

Fisioterapista OMPT , Co-founder CORPORE

L’aderenza dei pazienti agli esercizi fisioterapici

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I PAZIENTI FANNO GLI ESERCIZI DI FISIOTERAPIA? L'IMPORTANZA DELL'ADERENZA AL TRATTAMENTO RIABILITATIVO

In ambito fisioterapico, l’aderenza del paziente a un programma di esercizi rappresenta uno dei fattori più determinanti per il buon esito del trattamento. Studi recenti suggeriscono che non è tanto l’efficacia teorica di un programma a determinare i risultati clinici, quanto piuttosto la sua effettiva esecuzione costante da parte del paziente: in tal senso, quindi, l’aderenza diventa la chiave di volta tra progetto riabilitativo e miglioramento funzionale. Arensman et al. (2024), in uno studio prospettico su pazienti con low back pain aspecifico, hanno evidenziato come l’aderenza agli esercizi domiciliari sia associata a migliori esiti in termini di riduzione del dolore e recupero funzionale, pur segnalando che non sempre vi è una correlazione lineare e universale.

Tuttavia, la realtà clinica racconta una storia diversa: una scoping review pubblicata da Kenny e colleghi (2023) ha analizzato oltre 300 studi clinici randomizzati su condizioni muscoloscheletriche comuni ed evidenziato come meno della metà dei trial includeva una misura sistematica dell’aderenza. Questo significa che in molti casi, anche in ambito di ricerca clinica, non viene monitorato se e quanto il paziente segua effettivamente il piano di esercizi prescritto. Tale mancanza di attenzione sistematica all’aderenza rappresenta una criticità importante, non solo sul piano della ricerca ma anche nella pratica quotidiana. Quando l’esecuzione degli esercizi è irregolare o viene interrotta prematuramente, si riduce drasticamente la probabilità di successo terapeutico, con conseguente rischio di cronicizzazione, recidive o scarsa soddisfazione del paziente.

In sintesi, promuovere e sostenere l’aderenza non è un elemento accessorio, ma un obiettivo clinico primario che ogni fisioterapista dovrebbe porsi. Solo attraverso l’adozione di strategie mirate e la costruzione di un’alleanza terapeutica efficace sarà possibile colmare il divario tra trattamento prescritto e comportamento reale del paziente.

Le criticità dell'aderenza in fisioterapia: perché è così difficile migliorarla e monitorarla?

Le ragioni per cui un paziente non riesce a mantenere costantemente un programma fisioterapico sono complesse e multifattoriali. Himler e colleghi, in una scoping review del 2023 focalizzata su pazienti con condizioni muscoloscheletriche, hanno suddiviso le barriere principali in tre categorie interdipendenti: individuali, relazionali e contestuali.

Tra i fattori individuali, il dolore persistente o accentuato durante l’esercizio è una delle cause più frequenti di interruzione del trattamento. Anche la bassa self-efficacy – ovvero la scarsa fiducia nelle proprie capacità di eseguire correttamente gli esercizi – incide negativamente, così come l’ansia da prestazione o la percezione di non avere tempo sufficiente nella propria routine quotidiana.

I fattori relazionali riguardano invece il rapporto tra paziente e fisioterapista. Una comunicazione poco empatica, l’assenza di ascolto attivo o un approccio autoritario possono ridurre il senso di coinvolgimento del paziente, mentre la mancanza di supporto familiare o sociale può far sentire il paziente solo nel percorso, contribuendo all’abbandono del programma.

Infine, i fattori contestuali comprendono problematiche logistiche come la distanza dal centro riabilitativo, l’orario delle sedute incompatibile con gli impegni quotidiani, o un ambiente clinico percepito come impersonale o poco stimolante.

Un ulteriore ostacolo di tipo metodologico è la mancanza di strumenti affidabili per misurare l’aderenza. In una revisione della letteratura di Frost e colleghi (2017) si evidenzia come molte volte non vengano utilizzati strumenti validati per rilevare quante volte, con quale intensità e per quanto tempo il paziente esegue realmente gli esercizi prescritti. Questo limita la possibilità di confrontare gli studi tra loro e di individuare soglie di aderenza realmente clinicamente efficaci.

Cosa fare? Strategie per migliorare gli esercizi a casa dei pazienti

La buona notizia è che esistono strategie efficaci per promuovere l’aderenza e che molte di queste sono già applicabili nella pratica clinica quotidiana.

Uno degli strumenti più promettenti è l’uso delle tecnologie digitali, come app per smartphone, video-esercizi e sistemi di reminder. Lang e colleghi nel 2022, in una revisione sistematica di trial randomizzati, hanno osservato che queste soluzioni, se ben integrate, possono migliorare significativamente l’aderenza nei programmi domiciliari, almeno nel breve termine. L’elemento chiave è il coinvolgimento attivo del paziente, che si sente seguito anche al di fuori della clinica.

Un altro elemento centrale è la supervisione periodica. Sempre nello studio di Kenny del 2023 viene sottolineato come l’aderenza sia nettamente più alta quando il paziente sa di essere periodicamente valutato o incoraggiato: la presenza costante del fisioterapista – anche a distanza – rafforza il senso di responsabilità e motivazione!

Infine, la motivazione intrinseca può essere potenziata con strategie comportamentali semplici ma efficaci: stabilire obiettivi raggiungibili anche a breve termine, monitorare i progressi e fornire feedback positivi. Ley (2024), in una overview di 19 revisioni sistematiche, riporta che l’integrazione di questi elementi – definiti anche “booster” – può produrre un miglioramento misurabile dell’aderenza.

Cosa può fare il fisioterapista? Strategie cliniche concrete e subito applicabili

Il fisioterapista riveste un ruolo chiave nel promuovere l’aderenza, non solo come tecnico, ma come guida motivazionale e punto di riferimento relazionale. Diversi studi convergono su strategie precise che i clinici possono adottare.

  1. Personalizzazione del programma: adattare il tipo di esercizi, la durata, la frequenza e la progressione alle caratteristiche individuali del paziente migliora l’engagement. Ley et al. (2024) ribadiscono che il “one-size-fits-all” è tra le principali cause di abbandono dei programmi riabilitativi.
  2. Comunicazione empatica: stabilire una relazione terapeutica basata su fiducia, ascolto attivo e condivisione degli obiettivi favorisce il senso di alleanza terapeutica, migliorando l’aderenza anche in contesti difficili (Himler, 2023). Il ruolo del fisioterapista va oltre la tecnica: diventa educatore, motivatore e progettista di un percorso su misura.
  3. Follow-up attivo (booster sessions): contatti telefonici, brevi videochiamate o reminder digitali programmati aiutano il paziente a sentirsi seguito, evitando l’isolamento e prevenendo la discontinuità.

Tecnologia al servizio del paziente: Lang (2022) suggerisce che strumenti come app interattive o tutorial personalizzati possano aumentare la motivazione, soprattutto nei pazienti giovani o tecnologicamente abituati. L’uso di strumenti digitali oggi è non solo consigliato, ma sempre più necessario.

Strumenti come L’App Corpore offrono una soluzione pratica e moderna:

  • Permettono al fisioterapista di creare e assegnare schede personalizzate, visibili via app o PDF, arricchite da video tutorial e booster automatici.

  • Consentono il monitoraggio remoto del paziente, con dati su esecuzione, sintomi e progressi registrati in tempo reale.

  • Offrono una banca di esercizi professionale, semplificando il lavoro clinico e aumentando l’engagement del paziente.

Integrare l’uso di app come Corpore nel proprio workflow significa fornire:

  1. Un supporto motivazionale continuo, con reminder e video personalizzati.

  2. Un canale di feedback diretto e immediato tra paziente e fisioterapista.

  3. Un valore aggiunto, percepito dal paziente e misurabile nella pratica clinica.

Crea schede di esercizi in modo chiaro e ordinato. Lasciati ispirare da un ricco database con più di 1000 esercizi fisioterapici!

Applicazione dedicata per il paziente per monitorare l’attività dei tuoi pazienti a distanza.

Da fisioterapisti per fisioterapisti: uno strumento ideato per migliorare la quotidianità della pratica clinica!

  1. Arensman RM, Pisters MF, Kloek CJJ, Veenhof C, Ostelo RJWG. (2024) Exploring the association between adherence to home-based exercise recommendations and recovery of nonspecific low back pain: a prospective cohort study. BMC Musculoskeletal Disorders. 2024;25(1):614.

  2. Frost R, Levati S, McClurg D, Brady M, Williams B. (2017) What adherence measures should be used in trials of home-based rehabilitation interventions? A systematic review. Archives of Physical Medicine and Rehabilitation. 2017;98(6):1241–1256.e45.

  3. Himler P, Choi K, Nelsen B, Moon HJ, Lee K, Cook CE. (2023) Understanding barriers to home exercise program adherence for patients with musculoskeletal conditions: a scoping review. Musculoskeletal Science and Practice. 2023;64:102728.

  4. Kenny M, Ranabahu T, Vallance P, Malliaras P. (2023) Exercise adherence in trials of therapeutic exercise interventions for common musculoskeletal conditions: A scoping review. Musculoskeletal Science and Practice. 2023;65:102748.

  5. Lang S, McLelland C, MacDonald D, Hamilton D. (2022) Do digital interventions increase adherence to home exercise rehabilitation? A systematic review of randomised controlled trials. Archives of Physiotherapy. 2022;12:24.

  6. Ley C, Ziemann E, Piwek L, Meinlschmidt G. (2024) Overview of systematic reviews on interventions to improve adherence in physiotherapy: a meta-review. Systematic Reviews. 2024;13:38.

Daniele Sacchi

Fisioterapista OMPT , Co-founder CORPORE

Alluce Valgo: fisioterapia ed esercizi funzionano?

Alluce valgo: di cosa si tratta?

L’alluce valgo è una deformità scheletrica che comporta una deviazione verso il secondo dito della punta dell’alluce. È una patologia altamente frequente del piede: con una prevalenza del 8% nella popolazione con meno di 18 anni, del 23% nella popolazione di età compresa tra 18 e 65 anni e del 36% nella popolazione con età superiore ai 65 anni, con un rapporto di 15:1 nella donna rispetto agli uomini. Questa deformità, quando sintomatica, può causare dolore a livello della prima articolazione metatarsofalangea in conseguenza dell’alterazione della meccanica del piede.

Tra i sintomi principali,  l’alluce valgo presenta:

  • Sviluppo di una deformità a martello del II dito
  • Dolore mediale a livello dell’avampiede
  • Deformazione e rossore della base dell’alluce (detta “a cipolla”)
  • Gonfiore, arrossamento e dolore a livello cutaneo e articolare a livello dell’alluce
  • Metatarsalgia secondaria, causata dall’alterazione del cammino
  • Movimento limitato dell’alluce
  • Difficoltà e dolore ad indossare particolari scarpe

Scopri quali esercizi puoi assegnare al tuo paziente con alluce valgo! Scarica una scheda di esercizi esempio.

Patofisiologia e cause dell'alluce valgo

A livello biomeccanico, l’alluce valgo è causato dal cedimento dell’osso sesamoide mediale e del legamento collaterale mediale, le due strutture che partecipano a stabilizzare medialmente l’articolazione. Questa perdita di stabilità comporta un graduale scivolamento mediale della testa metatarsale e uno spostamento della falange prossimale in valgismo, in uno spazio compreso tra i sesamoidi, il legamento profondo trasverso e il tendine dell’adduttore dell’alluce. Queste modifiche, nel tempo, fanno sì che l’articolazione vada incontro ad una progressiva erosione. 

Purtroppo, non sono ancora stati identificati i fattori che portano allo sviluppo di questa patologia. 

Diagnosi differenziale

Per fare diagnosi di alluce valgo, è necessario innanzitutto escludere quadri come la gotta o l’artrite infiammatoria: queste patologie possono, infatti, causare sintomi simili. La raccolta dei dati anamnestici è di fondamentale importanza e ci aiuta a inquadrare correttamente la patologia, è necessaria quindi una corretta analisi dei sintomi e dei fattori di rischio, quali: genetica, lassità legamentosa, varismo del I metatarso, piede piatto, ipermobilità del primo raggio, rigidità del tendine d’achille, utilizzo eccessivo di scarpe strette o con tacco alto, sovraccarico funzionale del piede. 

Esame Obiettivo e Valutazione dell'alluce valgo

Per valutare un paziente con alluce valgo è necessario indagare diverse aree e caratteristiche: 

Morfologia del piede

Valutare le eventuali modifiche o deformazioni (es. dita a martello), lo stato della cute, dell’unghia e dell’alluce e le alterazioni del primo raggio e del piede in generale (es. piede supinato, provato, piatto).

Dolore

Valutare le aree dolenti e l’irritabilità dei sintomi a diversi tipi di stimoli (movimento, pressione, carico, cammino, attività sportive…).

Mobilità e flessibilità

Valutare la mobilità della prima articolazione metatarsofalangea di tutte le dita, del piede e dell’intero arto inferiore. Inoltre, è utile indagare l’eventuale presenza di ulteriori impairment di mobilità a livello di piede e caviglia, ad esempio una lassità legamentosa o una rigidità del tendine d’Achille, in quanto possono influenzare la funzionalità del distretto. 

Forza

Valutare la forza muscolare del piede e dell’arto inferiore globalmente, alla ricerca di eventuali alterazioni da affrontare poi durante il trattamento.

Attività di vita quotidiana

Valutare la relazione tra l’alluce valgo e le possibili alterazioni nelle attività della vita quotidiana del paziente (ad esempio nello schema del cammino, durante le attività lavorative o sportive o l’utilizzo di particolari calzature, come le scarpe antinfortunistiche o da lavoro).

Esami di Imaging: RX

Il grado di severità della deformazione può essere classificato in lieve, moderato e severo, in seguito ad un esame radiografico in carico.

  • Lieve: l’angolo dell’alluce valgo (HVA) maggiore di 20° mentre l’angolo tra primo e secondo metatarso (IMA) minore di 11°;
  • Moderato: HVA range tra 20°e 40°e IMA minore di 16°;
  • Severo: HVA maggiore di 40° e IMA minore di 16°.

Trattamento Conservativo

Il percorso di cura del paziente con alluce valgo può essere conservativo o chirurgico, a seconda della severità del disturbo e del dolore del paziente.

Il trattamento conservativo ha come obiettivi la riduzione del dolore e dei deficit funzionali, evitando il peggioramento della deformità e migliorando la gestione delle attività quotidiane del paziente.

Ad esempio, possono essere proposte come strategie di gestione conservativa:

Al contrario, sono comportamenti da evitare:

Attualmente, non esistono invece evidenze scientifiche sull’efficacia dell’utilizzo di tutori e plantari.

Non sai quali esercizi assegnare al tuo paziente con alluce valgo? Ecco una scheda esempio di esercizi, realizzata con la nostra App Corpore, lo strumento innovativo per assegnare esercizi ai pazienti!

Trattamento Chirurgico

Il trattamento chirurgico dovrebbe essere riservato a quei pazienti che, in seguito al trattamento conservativo, non riportano un miglioramento e presentano deficit funzionali ingravescenti nelle attività della vita quotidiana. Al contrario, in assenza di altri sintomi, la presenza della sola deformità mediale del piede non è un’indicazione per l’intervento chirurgico. 

Il trattamento chirurgico si avvale di svariate tecniche chirurgiche; non esiste una tecnica riconosciuta come gold standard, ma ogni specialista – in base alla propria expertise – effettuerà la tecnica che ritiene più opportuna per ogni singolo paziente. Purtroppo, deve essere considerato che il 15% circa dei pazienti può tornare a presentare nuovamente la sintomatologia in seguito all’intervento.

Osteotomia

Si esegue un’esostosectomia con sega oscillante per resezione  della prominenza ossea alla testa del I° metatarso. In base alle caratteristiche del taglio osseo e ai sistemi di fissazione utilizzati, distinguiamo diverse tecniche correttive, indicate spesso con un nome proprio (es. Chevron, Scarf o Bosch). La liberazione della testa metatarsale dai sesamoidi sottostanti e dei tessuti circostanti è fondamentale per eseguire con accuratezza il taglio dell’osso metatarsale. Vengono eseguite osteotomie distali, indicate per la correzione di lieve e moderata entità, mentre quelle prossimali alla base del metatarso sono eseguite quando la deformità dell’alluce è grave. Le osteotomie eseguite possono essere stabilizzate con viti, cambre, placche o con fili metallici a seconda della linea osteotomica realizzata e del tipo di tecnica scelta.

Artrodesi

L’artrodesi prevede la fusione dell’articolazione metatarsofalangea. Questa procedura di solito è consigliata solo alle persone che presentano gravi deformità dell’alluce, in quanto renderebbero troppo complessa la risoluzione del problema salvaguardando l’articolazione, o quando vi è una degenerazione avanzata dell’articolazione. Dopo l’artrodesi, il movimento dell’alluce rimarrà necessariamente fortemente limitato.

Chirurgia Mini-Invasiva

È la tecnica operatoria più innovativa, che permette di eseguire l’intervento senza incisioni, ma solo piccoli fori cutanei, e in tempi ridotti. Con una micro-lama si esegue un’incisione puntiforme mediale, in cui una piccola spatola predispone una camera di lavoro sottocapsulare a ridosso della prominenza ossea della testa del I° metatarso. attraverso il foro si introduce una fresa motorizzata ad azione abrasiva che, con un movimento simile a tergicristallo, leviga in maniera uniforme l’esostosi, ovvero la sporgenza ossea caratteristica dell’alluce valgo.

BIBLIOGRAFIA

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Perché prendersi cura del sonno?

ChatGPT Image 27 giu 2025, 09_57_04

Perché è importante prendersi cura della qualità del sonno?

In media, un essere umano passa circa un terzo della propria vita dormendo: già solo questo dato permette di capire quanto sia importante il sonno nelle nostre funzioni vitali. Un riposo adeguato, sia in durata che in qualità, è fondamentale per mantenere in salute l’organismo, al pari di una corretta e costante attività fisica e di una dieta bilanciata; al contrario, quando il sonno non è sufficientemente lungo o di qualità, può influenzare negativamente l’efficienza di diversi apparati, come quello cardio-vascolare, o di altre funzioni, come quelle cognitive o la percezione del dolore.


Scarsa qualità del sonno: a che conseguenze porta? 

Quando un paziente presenta un sonno insufficiente, può risentirne in diversi modi. Tra le principali funzioni associate al sonno troviamo:

  • Sonno e dolore: una scarsa qualità del sonno favorisce lo sviluppo e il mantenimento di dolori cronici.
  • Sonno e salute: un sonno insufficiente può abbassare le difese immunitarie, aumentare il rischio di problemi cardio-vascolari e favorire l’obesità.
  • Sonno e umore: se il riposo non è sufficiente l’umore diventa più labile ed è più facile sviluppare disturbi come ansia e depressione.
  • Sonno e sport: le prestazioni sportive possono essere ridotte e il rischio infortuni aumentato negli atleti che dormono meno di 8 ore.
  • Sonno e mente: il sonno permette di consolidare i ricordi, mentre la sua assenza peggiora la concentrazione, il problem solving e il ragionamento. 
  • Sonno e cancro: l’influenza del sonno sul cancro è tale che l’OMS ha introdotto tutti i lavori a turni come probabilmente cancerogena.
 

Gestione dei disturbi del sonno

Il trattamento dei disturbi del sonno deve sempre essere affrontato a 360 gradi, grazie al supporto medico e degli specialisti più adatti, come, eventualmente psicologo o psichiatra.
Esistono, tuttavia, degli accorgimenti che il paziente può adottare per cercare di migliorare la qualità del proprio riposo in autonomia: per quanto gli studi in merito siano alle volte contrastanti e i comportamenti da adottare possano variare di molto da persona a persona, la cura dell’igiene del sonno può rivelarsi di grande aiuto in alcuni pazienti, soprattutto se il disturbo non è di grave entità e non richiede trattamenti specialistici.

Hai un paziente che soffre di disturbi del sonno?

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Daniele Sacchi

Fisioterapista OMPT , Co-founder CORPORE

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